Settembre 2020, all’alba. Piazza Duomo, Pietrasanta.
Era tutto fermo, immobile, come sospeso. Quel silenzio irreale, quel deserto prima dell’alba, erano diventati abituali, in quell’anno strano. Un anno che ci aveva costretti a una calma straordinaria, a città vuote, a passi trattenuti.
In estate, però, quella quiete era tornata a essere esclusiva del mattino, prima della luce.
Non un’anima. Non un rumore di passi. Le campane in attesa.
Solo un preludio discreto, qualche trillo sottile, timido, che rompeva l’aria ferma.
La luna stava a mezz’aria, luminosa.
Al centro della piazza, una testa, bianca, enorme, tatuata. Adagiata sul selciato come un relitto di bellezza contemporanea.
Ho chiamato Incontro d’iridi lo scatto che preferisco. È bastato spostare di poco il cavalletto per cogliere un allineamento tra il rosone della Collegiata all’occhio del David di Fabio Viale.
Un incastro perfetto: l’occhio del gigante, scavato, aperto al cielo, accoglie quello della chiesa, che cattura la luce come un’iride.
Due sguardi che si sfiorano.
Uno guarda oltre.
L’altro trattiene.
In mezzo, il mio sguardo. A cercare un senso in quell’incontro.
Poi ho camminato tra le altre sculture.
Marmo bianco, levigato come pelle.
Figure classiche segnate da tatuaggi.
La Venere sinuosa.
Il Laocoonte con i serpenti incisi nella carne.
E la luna, che spuntava sopra e tra i corpi.
Non era il marmo a prendere vita.
Era la combinazione silenziosa di luce, forma e vuoto.
La piazza, sgombra, si era fatta palcoscenico.
E proprio in quell’assenza, tutto appariva con uno schema preciso: le geometrie, i dettagli, le corrispondenze.
Un momento raro, in cui anche l’inanimato sembrava respirare.








