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Impressioni di un viaggio in Tanzania: dal Tarangire al Serengeti, nel cuore della wilderness

La Tanzania è un luogo che ti sorprende e ti rimette al tuo posto. Nel Tarangire i baobab si ergono come sculture, al Ngorongoro i Masai convivono con la natura, nel Serengeti l’orizzonte sembra infinito. Ogni animale porta un tratto, ogni incontro una lezione: velocità, grazia, astuzia, alleanze. Non c’è paura della wilderness, ma rispetto e meraviglia. Di notte, sotto la zanzariera, ascolti i richiami e il vento, come un ritorno alle origini. E alla fine resta una parola che riassume tutto: Hakuna Matata, vivere senza pensieri, con leggerezza, accogliendo il ritmo della vita.

Il senso del safari

Non è la prima volta che visito l’Africa. Pensavo che il Mal d’Africa fosse un’invenzione, un’esagerazione romantica. Invece esiste davvero. Anche questa volta, in Tanzania, tra la natura sconfinata e incontaminata e la sua gente semplice e bella, ho lasciato un pezzo di cuore e portato a casa emozioni che mi accompagneranno per sempre.

Safari, che in swahili significa “viaggio”, nel tempo ha cambiato significato, da spedizione di caccia a esperienza di immersione profonda nella natura. Oggi il safari è un incontro. Non solo con gli animali, ma anche con i paesaggi, i suoni, i silenzi e con quella parte antica di noi che troppo spesso dimentichiamo. Ti costringe a rallentare, a osservare, e soprattutto a sentire.

Il nostro viaggio è iniziato dal Tarangire, a poco più di cento chilometri da Arusha. In agosto l’ho visto così, distese dorate mosse dal vento. Baobab imponenti che spiccano con i tronchi larghi e i rami contorti come arti intrecciati. Anche spogli hanno un fascino solenne, sembrano sculture scolpite dal tempo. Le pozze d’acqua sparse qua e là, attirano giraffe, elefanti e antilopi. È lì che la vita si concentra. Ed è lì che il confine tra vita e morte si assottiglia. Lo intuisci da una giraffa che si abbassa per bere, divaricando le zampe con cautela, e subito si rialza di scatto, come se quell’attimo di fragilità potesse tradirla.

Poi il Ngorongoro. Un cratere immenso, che sembra un anfiteatro naturale: oltre 260 chilometri quadrati di savana racchiusi da alte pareti verdi. Al centro, il lago Magadi, salato e lucente, si anima al sole di fenicotteri rosa e decine di altri uccelli acquatici. Le montagne attorno, velate in alto da colature di nubi, vegliano come guardiani silenziosi su questo teatro di vita.

Nell’area del Ngorongoro vivono i Masai, nei loro boma, villaggi di capanne circolari costruite con fango e sterco.
Una curiosità che ci ha raccontato la guida, per proteggersi dagli animali selvatici, i Masai si cospargono la pelle con un olio dal profumo sgradito a molte specie. Una forma di convivenza antica, fatta anche di odori e strategie invisibili.
Fino alla fine degli anni ’50 abitavano anche le pianure del Serengeti, ma furono trasferiti per consentire la creazione del parco nazionale, pensato come uno spazio riservato esclusivamente alla fauna selvatica. Una scelta compiuta in nome della wilderness, considerata un valore da proteggere sopra ogni cosa.
Qui la natura è patrimonio comune, risorsa da difendere per il futuro e anche fonte di ricchezza legata al turismo.
Oggi i Masai vivono ai margini della riserva, mantenendo le loro tradizioni e la convivenza con gli animali, ma portando il peso di una lunga storia di restrizioni e spostamenti.

Serengeti, il cuore della savana

E poi il Serengeti. Il nome, dalla lingua masai, significa “pianure senza fine”. Quando sei lì capisci che non è un’esagerazione. L’orizzonte sembra non finire mai. Un mare d’erba e polvere punteggiato dal verde delle acacie. Un’area estesa quanto il nostro Trentino, percorsa solo da piste sterrate. Qui si viaggia piano, le jeep avanzano a velocità moderata. L’unico movimento fulmineo può essere quello del ghepardo che scatta dietro la sua preda a centoventi chilometri orari.

Il Serengeti è un mosaico di immagini e suoni. Il fruscio delle ruote nella polvere, il ruggito che rompe il silenzio, lo stormo che si alza all’improvviso. È un paesaggio di una bellezza che richiede pazienza, può sembrare immobile, ripetitivo, ma ogni metro può rivelare una sorpresa.
Mi è mancato vederlo in giugno o luglio, nel pieno della grande migrazione, quando milioni di gnu e zebre attraversano i fiumi in una corsa disperata per sopravvivere. Ma ogni mese, ogni stagione, offre meraviglie, incrocio di destini, note diverse di una sinfonia grandiosa.

Qui il rispetto per la natura è la prima regola. La vita scorre come in un grande carosello. Ti senti piccolo. Tutti sono protagonisti.

Gli uccelli, come il pettirosso, lo storno splendido africano e la ghiandaia lilla, riempiono l’aria di colori e richiami. I felini, i miei preferiti, hanno un’eleganza magnetica. Le antilopi sono leggere e veloci, sempre pronte a scattare. Le giraffe, alte e lente, si muovono con un’eleganza anche mentre mangiano le foglie di acacie spinose e hanno ciglia da fare invidia! Gli ippopotami restano immobili nell’acqua per ore, ma diventano improvvisamente aggressivi per il controllo di una pozza. Gli elefanti, silenziosi e maestosi, avanzano in gruppi coesi, ogni loro passo è misurato. Ogni animale porta con sé un tratto unico, velocità, grazia, potenza, calma, allerta. Un modo diverso di abitare la savana.

Non solo qualità, ma anche comportamenti, alleanze, astuzie, strategie, minacce. Insieme compongono l’equilibrio che regge questo mondo. Zebre e gnu vivono insieme e si completano a vicenda. Le prime vedono lontano, i secondi fiutano pericoli invisibili. Insieme si proteggono.
Si dice che gli gnu siano un po’ distratti, testardi, poco svegli, l’assonanza con il nostro “gnucco-gnucchi” è talmente azzeccata da far sorridere! Diversamente dalle zebre, sembrano ripetere sempre gli stessi errori. Se uno del branco cade in una trappola naturale, è facile che, pochi minuti dopo, un altro finisca nello stesso identico punto.

Alla guida ho chiesto quale sia l’animale più intelligente. Mi ha risposto, il leone. La sua caccia è altamente strategica. Si muovono in gruppo, scelgono una vittima dal branco di zebre e si danno segnali con la coda per coordinarsi al meglio. Un’altra curiosità che ci è stata rivelata sul re della savana è che, sebbene ci snobbi come prede, se assaggia carne umana, viene abbattuto, perché rischierebbe di cercarla ancora. Pare che la trovi particolarmente gradevole.

E poi ci sono le astuzie quotidiane, come una scimmietta, un cercopiteco verde, che ti ruba la colazione vicino al lodge, perché ha imparato che può farlo. Per questo la regola è chiara: Do not feed the animals. Dare loro cibo significa alterare l’equilibrio.

A chi mi chiede se ho paura dell’Africa, della sua wilderness, rispondo di no. Ho paura dell’uomo, della violenza che cresce e dilaga, anche qui da noi, nel mondo che chiamiamo “civilizzato”. In Tanzania basta una zanzariera per separarti dal mondo esterno. E se lasci andare la paura immotivata, puoi goderti la notte. I richiami degli animali, il frinire degli insetti, il vento tra le foglie. È come tornare a un tempo remoto, quando l’uomo era parte del tutto.

Hakuna Matata

Se c’è un’espressione che incarna davvero lo spirito africano è Hakuna Matata. Vuol dire “nessuna preoccupazione”, “senza pensieri”, un invito a vivere senza affanni. La conosciamo tutti grazie al Re Leone. In Tanzania è diffusa. La senti nei congedi, nei canti locali come la celebre canzone Jambo Bwana, cantata spesso nei lodge. È un inno a non farsi divorare dai pensieri, a non opporsi ma fluire. È la lezione del Serengeti.

Jambo Bwana

Hakuna matata, rafiki yangu,
furahia maisha, usiwe na hofu.
Tabasamu, cheza, imba na sisi,
hakuna matata, kila siku mpya.

Nessuna preoccupazione, amico mio,
goditi la vita, non avere paura.
Sorridi, balla, canta con noi,
nessuna preoccupazione, ogni giorno è nuovo.

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Scatti al volo

Prima della savana, prima degli animali in libertà, ci sono state le strade. Quelle che da Arusha portano al Tarangire, al Serengeti, al Ngorongoro.
Lungo il tragitto ho scattato fotografie diverse. Imperfette, mosse, rubate attraverso il finestrino della nostra jeep in corsa.
Volti, gesti, colori. Strade polverose. Bambini che giocano, alcuni con sandali fatti con vecchi pneumatici tagliati e legati con cordicelle. Donne che vendono frutta, raccoglitrici di caffè. Ragazzi in moto. Altri che offrono pezzi di canna da zucchero ai passeggeri dei bus in sosta, come rimedio naturale contro la malattia del sonno causata dalla mosca tse-tse.
Molti Masai che camminano lungo il ciglio o osservano da lontano, con la loro presenza silenziosa e fiera. Indossano abiti dai colori accesi, spesso rossi, fatti di tessuti ruvidi a quadri, simili a coperte, avvolti al corpo con naturalezza. Spesso accompagnano mandrie di mucche o capre, e di frequente sono bambini. Sempre muniti di bastone. Un oggetto semplice, ma carico di significati. Appoggio nei lunghi spostamenti, strumento di difesa, simbolo di autorità e identità.
Sono frammenti di vita tanzaniana, ritratti quotidiani.

Mila Tented Camp

Una menzione speciale va a Mila Tented Camp, un lodge tendato che avevamo quasi scartato e che invece ci ha regalato le ore più belle del viaggio. Lì ho ritrovato l’atmosfera di La Mia Africa che avevo sempre immaginato e sognato.

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